Ci sono pagine che non scrivi perché devi, perché qualcuno te lo chiede o perché speri che qualcuno le legga. A volte scrivi solo per l’irrefrenabile voglia di farlo, perché ne hai bisogno, perché senti l’urgenza di raccontare al mondo, al di fuori del tuo, tutto ciò che hai dentro.

E passata una settimana dalla vittoria di Wout van Aert alla Parigi-Roubaix, la più folle, veloce e combattuta che abbia mai visto. Pensavo, da italiano, che nulla potesse superare la vittoria del “Cobra” Sonny Colbrelli nel 2021, ma domenica mi sono — ci siamo — dovuti ricredere.

Non c’è nulla di più profondo di un atleta che scoppia in lacrime, che abbraccia i suoi figli mentre sussurra: “Papà ha vinto”. Nel ciclismo, che è poesia in movimento, esistono sempre il vincitore e lo sconfitto: due storie opposte, eppure inseparabili. Due campioni in fuga, entrambi amati, entrambi alla ricerca della loro prima Roubaix. E dietro, altri giganti: Mathieu Van der Poel, autore di una rimonta irreale dall’inferno di Foresta di Arenberg, e Jasper Stuyven, che già ci aveva fatto sognare — e soffrire — alla Milano-Sanremo con una giocata da annali.

E così noi appassionati, con la A maiuscola, noi che viviamo di ciclismo ogni giorno, a cinquanta chilometri dal traguardo ci ritroviamo davanti alla TV disorientati, sospesi, senza sapere per chi tifare. Per la leggenda Tadej Pogačar? Per l’imperatore Van der Poel? O per l’eterno secondo Van Aert? Nessuno lo sa, men che meno Luca Gregorio e Riccardo Magrini dalle telecronache di Eurosport. Chilometri e minuti che sembrano infiniti, una tensione che cresce a ogni settore di pavé, mentre Pogačar prova ad allungare e tutti incrociano le dita per quei tubeless, così sofisticati eppure così vulnerabili sulle pietre ruvide della Roubaix.

E poi il Velodromo. Quando si entra lì, il tempo si ferma e il cuore accelera. L’adrenalina e la tensione raggiungono livelli quasi insostenibili. Vince Pogačar o Van Aert? Su chi puntare? Su chi ha vinto tutto tranne questa, o su chi, il 2 gennaio, cadeva rovinosamente durante una gara di ciclocross, fratturandosi la caviglia destra e dovendo, ancora una volta, fermarsi? Non c’è nemmeno il tempo di pensarci: in una manciata di secondi, tutto si compie. È il ciclismo che sceglie il suo finale, dopo una corsa folle, pedalata al limite, con i volti segnati da sudore e polvere.

Nemmeno il tempo di realizzare cosa sia successo che, come una liberazione, il boato del velodromo, dei bar, delle piazze, squarcia ogni certezza. Restiamo lì, inermi davanti alla bellezza di questo sport: le lacrime e gli abbracci di uno, lo sguardo perso nel vuoto dell’altro. A uno la gioia più grande della vita; all’altro una sconfitta amara, a pochi centimetri dalla consacrazione definitiva. Il campione che ha sofferto e resistito che batte il campione che sembrava non poter sbagliare.

La Roubaix arriverà anche a Pogačar, ne siamo certi. Ma oggi lasciateci sognare con Van Aert, perché la più grande lezione che lo sport ci insegna è semplice e feroce allo stesso tempo: non si fallisce mai davvero finché si ha il coraggio di provarci ancora.