Che il mondo amatoriale della Mountain bike sia cambiato è ormai cosa nota. Lo dicono i promoter di eventi, lo diciamo noi di Bike-Advisor, lo dicono i rivenditori di bici e soprattutto lo dicono i numeri di partecipazione agli eventi agonistici. Tuttavia il ciclismo amatoriale della mountain bike in Italia non è in crisi ma è in piena metamorfosi, come se ad un certo punto, avesse avuto dagli anni 90, una crisi di mezza età. Capire in quale direzione stia andando non è semplice, perché le trasformazioni in atto sono molteplici, spesso contraddittorie, e tutte insieme stanno ridisegnando un pezzo significativo della cultura sportiva del paese.

Quindi cerchiamo di analizzarlo nel dettaglio per quella che è la nostra esperienza prima da atleti, poi da organizzatori

La MTB regge, ma non è più la sola

Immaginatevi di essere la ragazza più bella al ballo della scuola. I ragazzi avranno occhi solo per voi!  Ma se le belle ragazze iniziano ad essere diverse, allora anche gli interessi cambieranno. Per oltre 2 decenni, la mountain bike muscolare è stato il solo mezzo predominante che tutt’ora, rimane un caposaldo del mercato complessivo delle bici. Un dato che, sulla carta, dovrebbe rassicurare. Ma l’avvento di nuove discipline e di nuovi mezzi nascondono una tendenza strutturale: il gravel sta erodendo la base del ciclismo fuoristrada amatoriale, attirando proprio quella fascia di rider adulti, benestanti, vogliosi di avventura ma non più disposti a fare i conti con la tecnica e la fisicità estrema del single track.

Il gravel è, in fondo, una promessa irresistibile: ti porto fuori dalle strade asfaltate, ti faccio sentire esploratore, ma ti risparmi il fango, le cadute (almeno in parte) e la necessità di padroneggiare una tecnica di guida. Per molti ex-biker, è diventato la via d’uscita. Per il mondo MTB, è un campanello d’allarme.

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L’ E-Bike è il vero motore, ma divide il movimento

Il dato spiega tutto: più della metà delle bike vendute in Italia sono E-Bike. Il segmento a pedalata assistita è ormai la prima voce del mercato bici, con una quota che ha quasi raddoppiato il suo peso nell’ultimo lustro. Questo significa una cosa molto concreta: moltissimi italiani scoprono la mountain bike attraverso un mezzo che abbatte le barriere fisiche, democratizza l’accesso alle salite, trasforma l’uscita domenicale da impresa atletica a piacere condivisibile.

È una buona notizia per il territorio e per il turismo lento. È una notizia complicata per la cultura competitiva della disciplina. La FCI ha già istituito campionati specifici per l’e-MTB — cross-country, enduro — riconoscendo implicitamente che il fenomeno non è una moda passeggera ma una componente strutturale. Ma nella comunità dei biker “classici” il dibattito è aperto, spesso aspro: le e-bike allargano davvero la base del ciclismo fuoristrada, o stanno creando un pubblico parallelo che con il ciclismo sportivo ha poco a che fare?

La governance è un cantiere che litiga: FCI e enti di promozione in cerca di pace

Chi segue il ciclismo amatoriale da vicino sa che dietro le gare, i circuiti e i tesseramenti c’è un sistema di governance complesso e spesso conflittuale. La Federazione Ciclistica Italiana (FCI) e gli enti di promozione sportiva come ACSI o UISP convivono in un rapporto che negli ultimi anni ha attraversato tensioni significative, con la sospensione temporanea di convenzioni che ha creato incertezza per eventi, organizzatori e atleti.

La questione non è tecnica: è culturale. Il ciclismo amatoriale italiano è storicamente diviso tra chi si muove nell’orbita federale e chi preferisce i circuiti “liberi” degli enti di promozione. L’amatore medio spesso non sa nemmeno di trovarsi al centro di questo gioco di posizionamento. Eppure le conseguenze sono concrete: coperture assicurative, omologazione dei percorsi, riconoscimento dei risultati, giovani che non possono correre liberamente. Tutti fattori che contribuiscono al caos e all’allontanamento degli appassionati che vogliono solo pedalare. Come se in un cantiere, ingegnere e architetto, litigassero sempre tra di loro. Come può essere costruita una bella casa? Un sistema più integrato e trasparente sarebbe nell’interesse di tutti se tutti iniziassero a capire che sia FCI sia EPS sono fondamentali per il movimento.

Gli eventi non muoiono, anzi, si moltiplicano e cambiano pelle

Il calendario amatoriale MTB italiano non ha mai avuto così tante voci. Maratone XCM, granfondo, enduro, e-MTB race, bikepacking, cicloturistiche di territorio. La quantità è impressionante. La qualità, a macchia di leopardo.

La tendenza più chiara, però, non è quantitativa: è qualitativa. Gli eventi che funzionano, che crescono negli iscritti e nella reputazione, sono quelli che hanno smesso di essere solo gare e sono diventati esperienze. Non solo, sono quelli che indirettamente investono di più in promozione ad ampio raggio. E’ vero, tante Granfondo sono morte, soprattutto quelle storiche, ma il motivo è l’enorme saturazione di eventi che su sole 52 week-end annuali vede più 400 eventi. Non solo, i costi, sempre più alti della vita impongono agli appassionati di fare scelte dedicate. Se dunque un amatore fino 10 anni fa poteva permettersi anche 30 gare all’anno fuori casa ora la media è di appena 10 eventi selezionati e per forza di cose, spesso le scelte ricadono sugli eventi più blasonati.

Il mercato dà segnali contraddittori: boom di vendite, infrastrutture scarse

L’Italia è il secondo mercato europeo per vendita di biciclette. Un primato di cui andare fieri, che però racconta solo metà della storia. L’altra metà la racconta chi guida una bici ogni giorno, o tenta di farlo: strade inadeguate, percorsi cicloturistici interrotti, bike lane che finiscono nel nulla, trail segnalati con cura in certi territori e completamente abbandonati in altri.

Il presidente di ANCMA, l’associazione dei costruttori di cicli, ha dichiarato più volte che in Italia la cultura dell’utilizzo della bici è ancora immatura, e che le infrastrutture non tengono il passo con la crescita del mercato. Il paradosso è bruciante: il paese con la più profonda tradizione ciclistica europea vende bici come non mai, ma non riesce a costruire un sistema che le faccia usare davvero.

Per la MTB amatoriale questo si traduce in un dato concreto: si pedala spesso nonostante le condizioni, non grazie a esse.

Il profilo dell’amatore è cambiato: più adulto, più attrezzato, meno competitivo. E i giovani? Pochi

Chi è oggi il biker amatoriale italiano? Ha tra i 40 e i 55 anni, un lavoro, una famiglia, un budget per l’attrezzatura che sarebbe sembrato folle anche solo dieci anni fa. Spende mille euro in una giacca tecnica senza battere ciglio, ma fatica a ricavarsi tre ore di tempo per un’uscita infrasettimanale. Strava è il suo diario, Komoot il suo atlante. Le gare? Non sono sparite, ma non sono più il centro gravitazionale della sua vita da biker.

Questo cambiamento demografico e motivazionale ha conseguenze enormi sull’ecosistema della MTB amatoriale. Le discipline che soffrono di più sono quelle tradizionalmente competitive e “pure”: lo XC su circuito, la maratona classica. Quelle che crescono sono le esperienze che mescolano sport, turismo e socialità. L’uscita di gruppo è diventata il formato dominante. La gara, per molti, è diventata un’eccezione.

Nel contesto fa paura invece la mancanza di ricambio generazionale dei giovani, quella fascia che una volta era il motore principale del movimento. Ma anche qui il problema è culturale. Gli idoli dei giovani di oggi non si chiamano più Schumacher, Alberto Tomba o Pantani, ma Youtuber e influencer che si vantano di avere e fare soldi con il minor sforzo possibile, dove l’obiettivo di carriera non è faticare per ottenere, ma faticare il meno possibile e apparire.

Il territorio è una risorsa enorme — e quasi sempre sprecata

L’Italia ha tutto quello che serve per essere la capitale europea della mountain bike. Dolomiti, Appennini, Maremma, Langhe, sentieri di crinale che non hanno nulla da invidiare alle mete più celebrate d’Oltralpe. Eppure la distanza tra il potenziale e il realizzato è ancora abissale.

Basta paragonare alcune regioni come Alto Adige e Toscana con il resto del paese per capire di cosa si parla. Non solo: In molte zone ancora si vive di campanilismo, dove tutti piccoli comparti lavorano per essere più bravi dei vicini, spendendo soldi e risorse in portali, app che spesso hanno un riscontro minimo perché minima è la risorsa territoriale che si vuole promuovere. Ne consegue che granparte del paese, con rare eccezioni, è ancora fermo alla logica del singolo trail inaugurato con una gara, poi dimenticato. Le risorse ci sono — finanziamenti europei, fondi regionali, associazioni locali volenterose — ma mancano visione di lungo periodo e capacità di fare sistema.

Una disciplina in cerca di nuova identità

La MTB amatoriale italiana non è in declino. È in trasformazione. E le trasformazioni, se lette bene, aprono spazi enormi: per chi sa organizzare eventi all’altezza del nuovo pubblico, per i territori che vogliono valorizzare i propri trail, per i brand che devono intercettare un ciclista più maturo e più esigente.

La sfida è culturale prima che tecnica: riuscire a tenere insieme l’anima competitiva della disciplina, quella che ha formato generazioni di biker e ha dato all’Italia campioni mondiali, con le nuove forme di pratica che stanno emergendo. E-bike comprese.

C’è da dire che le sfide di cambiamento non sono facili. Noi di Bike-Advisor ci stiamo provando su più fronti. Con la MTB offrendo circuiti con classifiche diverse come il Supersix Race. Con il Gravel con l’avvento del GRAVEL-MTB Tour e la nascita del TRAIL3Regioni. Con l’agonismo mantenendo l’anima del Cross-Country divertente e rivolta in particolar modo ai ragazzi con il Caveja Bike Cup e con il Progetto della Granfondo Romagna che da tre anni ci ha permesso di scoprire e vivere un territorio unico nell’Appennino Romagnolo.

Non tutti i progetti andranno bene, non tutti funzioneranno. Come spesso accade da 15 anni, ovvero da quando è nata questa attività, in alcune cose centreremo l’obiettivo e in altri falliremo, come è giusto e normale che sia, ma ci proviamo sempre. Perché la mountain bike amatoriale non ha smesso di crescere. Ha semplicemente smesso di somigliare a quello che era.

Davide Salvatori per Bike-Advisor