Il Caveja torna da una prima tappa complicata, dove fango e maltempo hanno dominato la scena per tutta la giornata. In un inverno segnato dalla pioggia, l’unica vera alternativa sarebbe stata non fare nulla. Restare a letto o venire a correre in MTB: la differenza è stata sottile quanto la pioggia che ha continuato a cadere, incessante, per tutta la mattinata.

E così una gara che sulla carta appariva semplice — percorso veloce, dislivello quasi assente — si è trasformata in una lezione di esperienza impartita dai veterani. Quelli cresciuti tra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000, a suon di fatica, cadute e fango vero dove non conta solo il mezzo, non contano solo le gambe, conta il pilota.

La tecnologia non sempre salva

Partiamo dall’attrezzatura. La tecnologia, questa volta, non ha aiutato. Cambi elettronici e ruote generose hanno spesso complicato la situazione. Al contrario, chi ha alle spalle una stagione di ciclocross ha azzeccato in pieno il setup: scelte semplici, economiche, funzionali. Le classiche gomme strette, qualche accorgimento mirato. Nulla di rivoluzionario. Ma efficace.

Watt, numeri… e poco adattamento

La scarsa difficoltà nell’adattarsi agli imprevisti come può essere una gara sul viscido, ha amplificato i problemi meccanici. Oggi siamo abituati a ragionare in termini di watt, nutrizione, tabelle, performance. Ci alleniamo su percorsi tecnici, ma spesso “costruiti”, prevedibili. Poi arriva il fango vero, il terreno si rovina, la bici si muove dove vuole lei e lì i numeri non bastano più.

Pochi riescono a mantenere la mente lucida quando le condizioni diventano ostili. Siamo talmente concentrati sul risultato che dimentichiamo una cosa fondamentale: in bici può piovere. E quando piove, c’è il fango.

Abbiamo perso un po’ di “pellaccia”?

Molti sono arrivati a Rimini sperando in un rinvio. Tra gli iscritti, diverse decine non hanno preso il via e tanti partiti non hanno visto il traguardo. Cosa sta succedendo quindi ai biker di oggi? Forse non siamo più abituati a correre in condizioni difficili. Quando qualcosa inizia ad andare storto, il rendimento cala, il nervosismo sale e la capacità di reagire agli imprevisti diminuisce. E in una gara nel fango, gli imprevisti sono la normalità. La Mountain Bike — così come il ciclocross — è nata proprio lì: nel terreno sporco, instabile, imprevedibile. Dove nulla è scontato e tutto può cambiare in pochi metri. Abbiamo dunque forse perso la nostra pellaccia dura di biker? Speriamo di no. Perché il fango non è un problema. È parte della nostra storia, se diciamo di amare questo sport.