Jacques Lacan parlava della mancanza come elemento fondante del desiderio. Ma che cos’è la mancanza e che cos’è il desiderio? Il desiderio è voler scalare una salita. La mancanza e non avere le gambe allenate per farlo…

Questo concetto trova una traduzione pratica perfetta nello sport: se un ragazzo non sperimenta la mancanza di forza, di resistenza, di risultati, difficilmente svilupperà la spinta a cercare soluzioni, ad allenarsi meglio, a crescere perchè, senza vuoti da colmare, la motivazione si spegne.

Senza frustrazione non esiste crescita, né emotiva né sportiva. Solo passando attraverso la fatica si impara a tollerarla, a gestirla, a non esserne travolti quando le cose non vanno come previsto.

Ecco, nel ciclismo, più che in molti altri sport, educare significa saper togliere. Togliere scorciatoie, togliere soluzioni facili, togliere quell’illusione che tutto debba essere immediato e senza fatica. È un concetto che molti psicologi ribadiscono da anni, ma che sulla bici diventa evidente chilometro dopo chilometro. Sempre più spesso il ruolo del genitore nella vita di tutti i giorni viene interpretato come quello di chi deve proteggere il figlio da ogni difficoltà: meno fatica, meno frustrazione, meno attesa. Eppure è proprio lo sport a dimostrarci che crescere passa esattamente da lì. La bicicletta è una scuola brutale e onesta: non mente, non regala nulla, non fa sconti. Ti mette davanti alla salita, alla sconfitta, al giorno in cui non ne hai, alla gara in cui arrivi stanco e deluso. Ed è in quei momenti che si cresce davvero.

Fare sport, accelera la maturazione. Non perché renda tutto più facile, ma perché rende tutto più vero. La fatica insegna il valore del tempo, il sacrificio dà senso ai risultati, la frustrazione educa alla pazienza. Sono lezioni che vanno ben oltre la gara e che tornano utili, prima o poi, nella vita reale. Proprio per questo, uno dei rischi più grandi è quello di fornire strumenti che azzerino sistematicamente la difficoltà. Nel nostro ambiente il tema è chiaro: se ogni salita viene “spianata”, se ogni limite fisico viene aggirato, si perde il senso del percorso. Non si impara ad aspettare, non si impara a desiderare di migliorare, non si costruisce davvero un atleta. Si consuma un’esperienza, ma non la si vive fino in fondo.

Se nello sport non c’è mai mancanza, non c’è nemmeno desiderio. E senza desiderio, il ciclismo diventa un gesto vuoto: si pedala perché “si deve”, non perché lo si vuole davvero (Vado a fare una discesa e “devo salire in cima”, no “voglio salire in cima”… ). Si perde la passione, si perde il senso della sfida, si perde la bellezza del migliorarsi.

Educare nello sport non significa riempire ogni spazio o spianare ogni salita. Significa accompagnare i ragazzi lungo il percorso, accettando che esistano giornate difficili, crisi, limiti e sconfitte. Significa insegnare che quelle salite non sono un errore, ma parte fondamentale del viaggio. Perché è proprio lì, quando la strada sale e le gambe fanno male, che si impara davvero ad andare lontano…