Erano anni che non mettevo una tabella con il numero sul manubrio. Però, quando Elia mi ha proposto di partecipare alla gara di mountain bike a staffetta, in coppia con lui nella categoria “padre e figlio”, non ho saputo dire di no.
Niente fisico da agonista
Non ho il fisico da agonista: le mie prestazioni, in gara, sono sempre state peggiori di quando vado a spasso con la mia mountain bike. In passato qualche volta ho gareggiato, ma non ho mai ottenuto risultati di rilievo, galleggiando negli ultimi posti della mia categoria.

La gara: tre ore, tre chilometri di circuito
La gara a coppie di fine stagione prevedeva di ripetere un circuito di tre chilometri per tre ore; la classifica sarebbe stata stilata in base al numero dei giri percorsi in totale da ogni coppia. Strategia libera: si potevano fare cambi ogni qualvolta lo si volesse; l’importante era che ognuno dei componenti compisse almeno un giro durante le tre ore.
La strategia padre-figlio
“Due giri tu, uno io”, ho subito chiesto a Elia; “parti tu, per primo”.
“D’accordo, però dopo la partenza il primo cambio lo facciamo dopo un giro”, mi risponde. Ed è così che la gara inizia, con gli atleti in partenza scaglionati per categorie: lui/lei, lui/lui, padre/figlio, team; assenti, purtroppo, coppie tutte al femminile. Parte Elia, assieme ai nostri diretti avversari. Dopo circa dieci minuti lo vedo arrivare in zona cambio, posta pochi metri dopo l’arco di arrivo: un tocco sulla schiena e proseguo io.
Il mio primo giro
Parto già fuori giri: subito uno strappetto, poi entro nel parco, una serie di facili tornantini in salita. Non vedo avversari della nostra categoria attorno a me; Elia deve averli staccati tutti. Veloce tratto in discesa e poi di nuovo una salitella che mi porta a metà percorso. Passo il tunnel della vecchia ferrovia e arrivo al punto più alto del tracciato: qui mi supera uno dei padri delle coppie avversarie; provo a tenere la scia, ma già nel piano mi stacca. Siamo solo al secondo giro e non voglio bruciarmi subito.

In zona cambio, tra brina e fiatone
Continuo del mio passo: discesa, pianetto e due rampette durissime mi portano in zona cambio. Elia parte e quasi faccio fatica a raggiungerlo per il tocco.
Mi stendo stravolto sul prato a fianco della zona cambio, poi mi rialzo perché il terreno, qui a San Marino, è ancora gelato per la brina notturna. Ripreso dal fiatone, risalgo in sella e pedalo lungo i vialetti del parco per non raffreddarmi troppo. Mi perdo così il passaggio di Elia e non capisco quali siano le posizioni.
I cambi si susseguono
Ritorno in zona cambio quando si avvicina il mio turno, e via: riparto per il mio secondo giro, il quinto per noi. La prendo con più calma ma non vedo nessuno dei nostri avversari. Di nuovo il turno di Elia. Il mio tempo sul giro è salito da dodici a tredici minuti, Elia sta girando in poco più di dieci.
La sorpresa: siamo in testa
Dopo il terzo cambio lo vado a cercare nei punti del percorso visibili dal pubblico e lo vedo poco dietro a uno dei nostri avversari, credendo che siano loro a essere in testa. Lo incito ad andarlo a prendere e lui mi risponde che lo sta per doppiare. Ma allora… siamo noi i primi? Continuiamo i cambi regolarmente: lui due giri, io uno. Nel frattempo, alla seconda ora di gara, il cronometrista appende in zona cambio la classifica provvisoria: sì, i primi siamo proprio noi. Segue un’altra coppia, e poi quelli che Elia stava doppiando; più lontani gli altri. Nessuno ci supererà da lì all’arrivo: il vantaggio si mantiene tra i quattro e i cinque minuti, a seconda che sia io o mio figlio a pedalare. Alla fine farò cinque giri, Elia undici, rispettando in pieno la strategia e le forze in campo.

L’arrivo e l’abbraccio
Lo aspetto al traguardo e ci abbracciamo: grande, grande soddisfazione. Sul primo gradino del podio. Le premiazioni di rito mi vedono in una posizione inconsueta: sul primo gradino del podio. Giornata fantastica, che consiglio a tutti i padri, se possono, sia a quelli forti sia a quelli “scarsi” come me.
Grazie Elia, è proprio vero che sei la mia roccia
