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Ma su quel sentiero ci siamo tornati…

Due settimane dopo la nostra sfortunata avventura siamo tornati a fare il tracciato rimasto in sospeso (questa volta con camera d’aria di scorta).

Era un itinerario veramente bello e la fredda giornata con il terreno bello ghiacciato ci ha convinti a riprovare questa avventura selvaggia per sentieri poco conosciuti. A proposito, per chi si è collegato solo ora, siamo nelle Marche, nell’alto Montefeltro. Il paese Mercatino Conca, l’itinerario: sconosciuto…

La giornata è partita con un tempo freddo pungente ma senza precipitazioni. Il giro è abbastanza lungo e partiamo presto. Percepiamo subito il freddo intenso. Il cielo è bianco, come la neve che ha già colorato i monti sullo sfondo. La neve sembrava solo un ricordo lontano di una settimana assieme agli amici del Caveja Bike Cup (VIDEO) ma dopo circa 10 km tutto d’un tratto cominciano a venire giù dal cielo, fazzoletti bianchi giganteschi. Non siamo nemmeno ad un terzo del nostro giro e la strada sotto di noi è già bella che bianca. Proseguiamo al nostro ritmo, quello del più lento, cioè il mio. Le auto sono poche, qualcuno ci guarda come per dire “Voi siete pazzi”.

Superiamo Ponte Cappuccini a circa 700 metri di quota e svoltiamo a sinistra, in direzione Pietrafagnana. Qui il manto di neve risulta uniforme sulla strada ma sentiamo scricchiolare il ghiaccio sotto le ruote: qualche centimetro di neve non ci protegge dalla possibilità di finire a gambe all’aria e procediamo con prudenza. Nessun rumore si sente, la nevicata prosegue lieve, scendiamo e poi risaliamo seguendo il disegno del crinale. La strada brecciata lascia spazio a un duro selciato, che appena intravvediamo sotto 3-4 centimetri di neve appena caduta. Le orme di un’altra mountain bike ci accompagnano, semicoperte dai fiocchi che cadono: un biker solitario probabilmente ci precede forse di una mezz’ora.

Arriviamo al punto in cui due settimane fa abbiamo bucato e dove è iniziata l’avventura: Elia ce lo ricorda e superarlo ci fa tirare un sospiro di sollievo. Poche centinaia di metri dopo, arriviamo alla “grande pozza”, presente in quasi tutti i mesi dell’anno ed ora ghiacciata. Lo strato di ghiaccio non è sufficiente per sostenerci senza rompersi e la sfida è di superare la pozza senza bagnarsi i piedi.

Nei tratti di discesa procediamo con prudenza e più di una volta poggiamo il piede a terra scivolando sul ghiaccio; continuiamo a cercare i margini della strada, dove è meno probabile la presenza del ghiaccio, che rimane costantemente nascosto sotto la neve, a tenderci continui tranelli. Escono dalle frasche un paio di cacciatori, fucile in spalla, ci scrutano e ci salutano. Ora siamo in decisa discesa ed arriviamo senza problemi a Ca’Londìo, poi ancora giù verso il torrente e poi in salita a Santa Lucia.
La successiva discesa verso Macerata è su strada asfaltata, innevata solo a tratti: stiamo arrivando alla quota più bassa dell’intero giro: 300 metri di quota circa.

Ci infiliamo nel Parco delle Monache, posto sempre affascinante, lungo il torrente Apsa, oltrepassiamo il corso d’acqua su un ponticello e proseguiamo lungo la sponda destra. Arriviamo al lago, incantato in questa stagione: completamente ghiacciato. Un cigno bianco è immobile sul ghiaccio, a 10 metri dalla sponda. Ci fermiamo alcuni minuti per capire se sia vivo, finto o chissà cosa: un movimento quasi impercettibile della coda ci tranquillizza e risaliamo in sella, lasciandolo alla sua tranquillità. In silenzio aggiriamo il lago, quasi rapiti da questa pace.

Risaliamo ed oltrepassiamo la strada provinciale, una ripida pista nel bosco ci porta a San Teodoro e qui inizia la scalata alla Faggiola, versante sud. Continua a nevicare, non c’è vento e tutto è ammantato da alcuni centimetri di neve, incontriamo un paio di pedoni: apparentemente mamma e figlia, con un cane al guinzaglio, le salutiamo e continuiamo a salire. Non sento la fatica della salita e la fine arriva anche troppo presto, qui dove spesso conto le pedalate che mi mancano al GPM, alla ricerca delle ultime energie residue.

Ora, ormai in piano, sembra facile raggiungere la strada asfaltata del passo ma una lastra di ghiaccio nascosta sotto la neve spedisce a terra Nicolò senza dargli neppure il tempo di dire “azzo il ghiaccio”. La botta è dura ma a parte qualche osso dolorante non riporta conseguenze, la bici è a posto e dopo qualche minuto ripartiamo, ancora più prudenti.

Cosa vuol dire pedalare sotto una nevicata non prevista? Assoluta pace, relax. Una gigantesca stanza chiamata mondo, dove i rumori (tutti) sono assorbiti dalla neve che cade soffice. Tutti, tranne quelli della nostra gomma che “morde” la neve.

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