Avventura

Da una foratura, una nuova avventura…

Prima uscita del 2021. Siamo nel Montefeltro a nord delle Marche. Siamo in zona rossa. La pandemia da Coronavirus che ha radicalmente cambiato le nostre vite e ci impedisce di fare un’uscita di squadra. Per fortuna però (almeno adesso) non ci impedisce di pedalare. Esco con i miei due figli Nicolò ed Elia in una fredda mattinata invernale.

Pietrafagnana

Incontriamo qualche amico che prende la nostra stessa direzione verso monte, e opportunamente distanziati, pedaliamo per qualche chilometro insieme, poi le nostre strade si dividono. Scartiamo l’ipotesi di salire verso la neve già affrontata più volte nelle ultime settimane, ci dirigiamo in zona Pietrafagnana, con l’idea di scendere, per strade brecciate e vecchie mulattiere, a Macerata Feltria, per un rientro tranquillo verso il Monte Faggiola, ultimo GPM di tante nostre uscite in mountain bike.

Tutto andava bene, poi…

L’idea è di prendersela comoda, senza strafare, evitando percorsi infangati e comunque non percorribili in questa stagione. Ci fermiamo per una merenda in un punto soleggiato, visto che fa freddo. Ripartiamo tranquilli, incrociamo un gruppo di bikers, cominciamo a scendere e… l’inevitabile foratura! Ci fermiamo e ci guardiamo perplessi: nessuno di noi ha una camera di scorta e una pizzicata ha tagliato il copertone in ben due punti. Proviamo a gonfiare e ripartire più volte ma il lattice, con i due tagli, non riesce a lavorare e la gomma inevitabilmente si affloscia dopo pochi metri.

Il rientro verso casa in tutta fretta

Siamo nel punto più lontano da casa dell’intero giro, a circa 5 chilometri dalla strada asfaltata più vicina. Passata una buona mezzora tentando di rigonfiare la gomma, la decisione è inevitabile, per quanto spiacevole: uno torna a casa in tutta fretta e in auto torna a recuperare gli altri due che per il momento proseguono a piedi verso la più vicina strada carrabile.

Decido di scendere in Valfoglia che, rispetto al percorso inizialmente studiato, presenta un dislivello minore e quindi un più veloce rientro. La discesa verso Lunano scorre veloce, poi quella scorciatoia sulla sinistra. Non l’ho mai percorsa ma mi risparmierà almeno 5 minuti e i due a piedi mi dovranno aspettare di meno. La imbocco in tutta fretta e poco dopo mi accorgo che non è la carraia che credevo ma un sentiero ben infangato ed in parte allagato dove tornare indietro risulterebbe impegnativo. Proseguo, sperando di uscirne in fretta. Fosse un’assolata giornata di luglio sarebbe bellissimo… La carraia si trasforma in sentiero che prosegue in discesa, è scassato quanto basta, in mezzo al bosco, lontano da ogni forma di vita, veramente bello ed affascinante. Ma non è luglio: è gennaio: il fondo fradicio, spesso le ruote affondano nel fango, il sentiero talvolta si trasforma in fiumiciattolo, poi sparisce e pedalo per diverse centinaia di metri direttamente nel fiume: i miei propositi mattinieri di non infangarmi, di non bagnarmi i piedi (saranno 5-6 gradi) sono un lontano ricordo.

Pausa merenda al sole con Elia e Nicolò

Non so dove mi trovo, non so come uscirne, e gli altri due che mi credono ormai quasi a casa mi aspettano.
Esco dal fiume e l’unico modo di proseguire è una salita è un campo arato di fronte a me, dal quale non vedo partire nessun sentiero: camminarci con la bici in spalla con il fango che c’è mi richiederebbe forse un’ora e una fatica che voglio in tutti i modi evitare.

La natura selvaggia del biker

Torno indietro, ho visto una carraia che saliva ripida poco prima di entrare nel fiume e che avevo evitato per via della pendenza ma ora, in questa situazione mi sembra il male minore. Sono costretto a spingere risalendo il torrente percorso poc’anzi, non provo a tirare fuori il cellulare dalle tasche perché visto l’andazzo della giornata sono certo che mi cadrebbe in acqua, sono comunque sicuro che qua non ci sia segnale.

Arrivo alla carraia, sempre a spinta ed a spinta proseguo, in salita. Sono costretto a caricarmi la bici in spalla, che ormai peserà 25 chili con tutto il fango che ha raccolto. Mi volto indietro più volte e lo spazio percorso sembra nullo rispetto alla fatica che faccio. Scivolo e poi scivolo di nuovo, la bici è un fardello impegnativo; fortunatamente non uso il cardio, perché sicuramente in questo momento farebbe scintille. Per fare 200 metri ci impiego forse un quarto d’ora ma finalmente, in cima spiana.

Appoggio la bici a terra, la pulisco delle zolle di fango più grosse e ricomincio a pedalare; inaspettatamente la trasmissione funziona bene: non provo tutti i rapporti ma per il fango che c’è sembra incredibile riuscire a pedalare. Poco dopo, in lontananza, vedo una vecchia casa colonica, parzialmente crollata. La speranza è che dalla collina sulla quale è eretta ci sia una maniera agevole per scendere nel lungovalle del Foglia.


Mai, prima di ora, sono stato così felice di vedere una strada brecciata, che nel giro di pochi minuti mi porta sulla provinciale e da lì, verso casa.

Sono in ritardo di un’ora rispetto alla tabella di marcia; adesso, seppur con le mani totalmente infangate, riesco a prendere il cellulare ed avvisare i miei compagni di uscita; fortunatamente riescono a trovare un altro passaggio per il rientro. Un amico mi affianca in auto e dal finestrino mi sfotte per il fango che mi ricopre da testa a piedi.

Attrezzi sempre a portata di mano per “tornare a casa”

Resta il rammarico di avere “rovinato” una bella uscita: essere sempre attrezzati per le riparazioni è essenziale: dimenticarsi una camera d’aria di scorta prima di un’escursione può diventare un vero problema. Alla fine però, la mountain bike è veramente uno sport figo!
Lo so che nessuno sarà d’accordo ma……. peccato per chi non c’era!
Queste sono le avventure da raccontare ai nipotini, fra tanti anni, seduti davanti ad un caminetto.

Appena le condizioni meteo lo permetteranno, tornerò a provare quel sentiero, scovato per sbaglio, in una giornata di inizio gennaio dell’anno secondo dopo la pandemia.

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